politiche attive del lavoro

Politiche attive del lavoro: il mio intervento in Aula

Ringrazio l’Assessora Pentenero per l’ampia esposizione dei dati relativi alle politiche attive del lavoro in Piemonte, ambito che è da inquadrare però in una cornice più ampia, di livello nazionale ed europeo.

A mio parere il segnale più semplice da percepire riguardo l’enorme cambiamento che ha interessato il mondo del lavoro, non solo rispetto agli anni ‘80 e ‘90 ma pure ai primi anni 2000, quelli pre-crisi, si può cogliere aprendo internet e più specificamente un qualunque motore di ricerca. Se digitiamo lì dentro “politiche attive del lavoro”, i primi risultati sono tutti relativi ad agenzie private che hanno come scopo, per dirla con le loro parole, la “creazione di soluzioni integrate per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro”. Ammetto che l’esito della ricerca è stato inaspettato.

Il ruolo dello Stato, se stiamo a vedere Google, è molto marginale in quello che un tempo, e pure per la nostra Costituzione, dovrebbe essere elemento fondamentale delle proprie politiche.

Al netto della propaganda che da molti schieramenti si scatena quando si parla di occupazione, una fotografia esaustiva nonché allarmante, viene sintetizzata nelle pagine de La Stampa di ieri.

Se da un lato infatti la lenta ripresa economica che sta interessando l’Europa ha raggiunto pure l’Italia – seppur in misura minore del resto del continente – questa ripresa ha interessato in maniera diversa le generazioni: mentre tra gli ultra 50enni si sono recuperati 850.000 posti di lavoro, tra i giovani sono solo 50.000 i nuovi lavoratori.

In questo senso, oltre all’aumento esponenziale delle diseguaglianze tra generazioni – con quelle più vecchie costrette a sostenere anche economicamente quelle più giovani – occorre registrare come le politiche pubbliche attive per il lavoro siano state più efficaci con i soggetti nella fascia 1, quelle che necessitano di una bassa intensità di aiuto, mentre lo sono state molto meno con gli individui (coloro si affaccia per la prima volta nel mondo del lavoro) che la normativa identifica come persone che necessitano di servizi intensivi per un periodo medio/lungo e di forte sostegno individuale per la collocazione e ricollocazione nel mercato del lavoro.

Ma d’altronde, citando altri dati, sulle politiche attive del lavoro in Italia si è speso poco: molto meno del resto dell’Europa, o almeno dei principali Stati nostri competitor, anche industriali, privilegiando molto di più misure classiche di approccio alla lotta disoccupazione quali quelle legate all’assistenza e ai sussidi, piuttosto che quelle finalizzate a potenziare i servizi pubblici per l’impiego.

Proporzionando la spesa ai vari Paesi UE, l’Italia ha speso in queste politiche 750 milioni di Euro contro i 5,5 miliardi della Francia e gli 11 della Germania; se pure l’Italia avesse speso quanto la media EU, avrebbe dovuto stanziare 3,5 miliardi di Euro.

Inoltre, la spesa per le politiche attive in Italia ha caratteristiche molto diverse riguardo la distribuzione delle risorse messe a disposizione dal Governo: il 55% della spesa va in incentivi all’assunzione: poco è importato al legislatore la qualità e la durata della stessa. In questo senso – come testimoniano gli ultimi dati – c’è da registrare la scarsa efficacia delle politiche del Jobs Act: secondo l’Osservatorio statistico dei Consulenti del Lavoro la disoccupazione di lunga durata (ovvero di chi resta senza lavoro per oltre 12 mesi), ancora nel secondo trimestre del 2017 riguardava il 57% dei disoccupati italiani: dietro l’Italia ci sono solo Grecia, Bulgaria e Slovacchia.

C’è poi da tenere in considerazione la preoccupante tendenza che si evince dai dati sul lavoro: finiti gli incentivi, le occupazioni stabili sono rimaste ferme e il contratto “a tutele crescenti” che doveva diventare la via maestra per accedere alla professione è stato nuovamente scalzato dalle forme a tempo determinato.

Diverse – e in fin dei conti maggiormente premianti – sono state le strade intraprese da altri stati europei e in particolare da Francia e Germania: qui gli incentivi all’assunzione sono state nell’ordine del 6 e dell’8% della spesa per il lavoro; in Germania oltre i tre quarti della spesa è investita in formazione, mentre la Francia ha diversificato gli investimenti: il 29% in creazione diretta di posti di lavoro socialmente utili, il 12% per il supporto delle fasce deboli, quasi la metà della spesa invece va in formazione. Per i sostegni (ovvero le politiche passive erogate ai disoccupati) sono stati messi sul piatto 21,3 miliardi.

Questi i dati. Che fare, dunque? Intraprendere nuove vie, garantire a tutti dignità di vita e investire in formazione e in creazione di posti di lavoro attraverso investimenti pubblici: è questa la strada. Non vorrei abusare di refrain che uso spesso, voglio però sintetizzare tre ambiti in cui lo Stato – ma pure la Regione – possono fare la loro parte (attiva):

  1. La messa in sicurezza del territorio, un piano di opere pubbliche puntuali in tutta Italia.
  2. Investimenti nel patrimonio culturale e nella ricerca e nello sviluppo; incentivi per start-up.
  3. Un piano di svecchiamento della pubblica amministrazione anche legata all’utilizzo di nuove tecnologie volte ad una massiccia sburocratizzazione.

Tre ambiti specifici che potrebbero raggiungere due risultati contemporaneamente: aumentare la platea di lavoratori e diminuire le spese che in questi settori crescono a dismisura, spesso a causa di una mancata pianificazione di medio e lungo periodo. Vince sempre la rincorsa dell’emergenza.

I posti di lavoro non si creano attraverso il mero cambiamento delle regole contrattuali e non solo attraverso l’azione di accompagnamento e l’orientamento al mercato del lavoro svolta dai Centri per l’impiego.

Credo però che l’Amministrazione regionale debba essere impiegata fortemente ed in prima persona nella gestione di questo importante strumento, occupandosene direttamente, anche attraverso la presa in carico delle strutture e dei lavoratori, così come prevede pure un emendamento del Governo alla Legge Finanziaria.

Sarebbe un segnale concreto e sostanziale di attenzione verso la maggiore fonte di preoccupazione dei cittadini piemontesi.

Fonte dei dati:
La Repubblica, 04.11.2017
La Stampa, 19.12.2017

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psichiatria

Il malato cronico non necessita solo di assistenza ma anche di cure; il malato cronico è curabile!

Questa mattina si è svolto un Consiglio Regionale straordinario incentrato sul tema della psichiatria, argomento molto delicato e da tempo oggetto di dibattito e di contrasto anche nella maggioranza.
Innanzitutto, sono molto soddisfatto della discussione moderata e civile, alla quale ho partecipato esponendo il mio punto di vista sul tema delle residenzialità psichiatriche.

Condivido in tutte le sue parti l’Ordine del Giorno del collega Appiano, votato ed approvato nel corso della seduta, che impegna la Giunta a ritoccare e migliorare la DGR 29 che si poneva l’obiettivo di perfezionare l’accreditamento delle strutture utilizzando un metodo oggettivo, basato però su un modello ad oggi risultato troppo rigido.
Se questo rigore è nella natura dei modelli, quando la politica ne adotta uno deve farsi carico, attraverso l’ascolto delle parti in causa e la maggior condivisione possibile, di renderlo più rispondente alle necessità e alle situazioni esistenti. Se questo è il compito della politica in tutti i campi, lo deve essere soprattutto nell’ambito sanitario e, nello specifico, in quello psichiatrico, settore delicato, ampio e complesso.

L’ODG presentato include molte delle perplessità emerse all’interno del Consiglio: l’accreditamento delle strutture, il contenimento dei costi per le famiglie in difficoltà economiche e la qualifica professionale degli operatori.
Auspico che venga promossa una deroga in merito alla qualifica degli operatori. Vi sono professionalità ed esperienze che rischiano di perdere il lavoro a causa dell’attuale richiesta di titoli di studio, un tempo non necessari.

Il testo votato pone poi l’accento su un tema che ritengo basilare: il malato cronico non necessita solo di assistenza ma anche di cure; il malato cronico è curabile!
È perciò necessario che la DGR 29 sia integrata con gli elementi del nostro Odg. In particolare – un’ultima osservazione – la nostra attenzione deve spostarsi sul tema della domiciliarità; non tutti i pazienti necessitano di ricovero ma tutti meritano lo stesso livello di cure. È un percorso non facile ma lo strumento che abbiamo individuato, quello dei tavoli di monitoraggio, è sicuramente un importante punto di partenza.

Walter Ottria
Capogruppo Art.1 – Mdp in Regione Piemonte

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Una diversa strada: di sinistra, radicale, giusta e inclusiva.

Il voto di questo fine settimana ci consegna un quadro politico devastante per tutto il campo del centro-sinistra. Non occorrono analisi approfondite per capire che i ballottaggi sono un’ulteriore tappa negativa di un percorso iniziato nel 2015, dopo l’illusorio 40% delle europee dell’anno precedente.

È altrettanto evidente che questa sequenza negativa abbia un preciso e principale responsabile in Renzi, sia per le politiche che ha perseguito sia per il modo con cui l’ha fatto. Per brevità e scarsa originalità, sintetizzo il concetto in “Renzi e il renzismo”.
Non c’è bisogno di scomodare giornalisti dalla lingua tagliente per evidenziare la sequenza di batoste elettorali prese dalla magnifica macchina da guerra renziana; né per confutare quell’incredibile leggenda, alimentata anche da molta stampa, secondo la quale, solo applicando politiche liberiste e abbandonando perciò i propri principi storici, le forze riformiste di questo paese potessero raggiungere brillanti risultati elettorali, intercettando consensi tra i mitologici moderati (anche) di destra.La dura realtà ci restituisce un quadro di facile interpretazione: un elettore di destra preferirà sempre quella autentica, nonostante gli sforzi di parte del centro-sinistra per accreditarsi verso di lui.

Ed è di fronte alla crisi di proposta politica del PD-R che alcuni hanno progettato nei mesi scorsi la creazione di luoghi alternativi in cui convogliare le loro energie e a cui dedicare il proprio tempo. E lo abbiamo fatto, lo ammetto, con ritardo. E consapevoli delle difficoltà che la costruzione di un progetto nuovo comporta; la sintesi di idee diverse è sempre complicata, ricomporre percorsi interrotti negli anni lo è anche di più.
Queste difficoltà, congiunte all’affezione per un partito – quello democratico – che abbiamo contribuito a costruire e a cui abbiamo voluto bene, hanno concorso a rallentare la nostra decisione; resa nei fatti non più rimandabile dopo il 4 dicembre.

Walter Ottria, capogruppo Art.1-Mdp in regione Piemonte

Alle recenti amministrative abbiamo dovuto presentarci ai nostri elettori quasi dappertutto attraverso un’alleanza con il Pd, costruendo in fretta liste di sinistra – talvolta anche qualitativamente molto buone – in appoggio a candidati democratici.

Ebbene, seppur con rare eccezioni, questa esperienza è andata molto male; credo che ci siamo ostacolati l’un con l’altro. La deriva renziana non ha giovato alla nostra crescita e abbiamo fallito l’obiettivo di proporre ricette alternative a quelle del Partito Di Renzi. Potevamo non presentarci agli elettori forse, o costruire candidature autonome. Ma non ce n’è stato il tempo e a me non piace ragionare con i se e con i ma. Rimane però sul tavolo la differenza di prospettive tra noi e l’attuale PD.

Al netto delle meravigliose persone che si sono candidate nelle nostre liste – compagne e compagni che ringrazio davvero tanto, consapevole che ciò non basti a colmare la loro delusione per la generosità e l’impegno che ci hanno messo nel cercare consensi in una così difficile situazione – il nostro errore è stato sottovalutare il grado di penetrazione tra i cittadini italiani dell’odio verso un’intera classe dirigente. L’esistenza di forti gruppi di potere interni, atteggiamenti superficiali e autoreferenzialità, vecchi riti che non parlano più a nessuno, mancanza di percorsi autenticamente condivisi e democratici, selezione verso il basso della classe dirigente, sono solo alcune delle percezioni che, uscite dai Palazzi e dalle nostre sedi sempre più vuote, arrivano senza mediazione alla singola persona a cui stiamo, serenamente, antipatici. Lo dico da molto tempo, lo ha sostenuto recentemente un Senatore della Repubblica, lo ribadisco: ci odiano in tanti!Se poi spostiamo lo sguardo verso le tematiche su cui un partito e la sua classe dirigente dovrebbero essere valutati, le cose non migliorano di certo. Il centro sinistra a trazione Pd ha fallito riforme importanti sui temi più cari ai cittadini: il lavoro, la giustizia sociale, la sanità e l’ambiente. Su tutti questi temi, sia a livello nazionale che locale, chi si è permesso, e chi si permette ancora, di proporre alternative al pensiero unico renziano viene bollato, nella migliore delle ipotesi, quale “amico dei 5 stelle”.

L’obiettivo che mi ha spinto ad esplicitare il mio pensiero è da un lato la critica per quello che è stato, dall’altro un monito per quel che sarà. Chi ha scelto di allontanarsi dal PDR lo ha fatto a causa dell’insofferenza verso gli atteggiamenti e per la netta contrarietà verso le politiche nazionali e locali di quel partito; per questi motivi è complicato pensare di poter ancora condividere uno schema di alleanze o collaborazioni con quel soggetto politico che si ostina a riproporre ai cittadini politiche da terza via. Ritengo che quel tempo sia passato.

Ma fuori, la sfida è più difficile e ciò che dobbiamo perseguire è la costruzione di un luogo accogliente e non di fredda sommatoria dei soggetti esistenti. Una scelta, quest’ultima, che non ha alcuna possibilità di vittoria e che, poggiando su soggetti con orizzonti simili ma che tendono a caratterizzarsi nelle sfumature, complessa ed energivora.

Abbiamo bisogno invece di qualcosa di più profondo, che sappia penetrare nei settori della società in cui siamo minoranza culturale e là dove metà dei cittadini si dichiarano schifati dalla politica. La nostra prima sfida è quella di contribuire a ribaltare il trend dell’astensionismo. Una società in cui la maggior parte dei cittadini non vota è una società che esclude; una società che esclude non è una comunità; e il nostro Paese ha bisogno di ridiventarlo.
Occorrono poi grandi proposte collettive, grandi battaglie culturali radicali sui temi cruciali che fanno parte del nostro DNA e che i cittadini hanno atteso inutilmente da noi negli ultimi anni. Lavoriamo su proposte concrete, di governo e non di testimonianza: investimenti sul lavoro, giustizia sociale, difesa dell’ambiente. Proponiamole ai nostri possibili compagni di viaggio senza preclusioni di sorta: con le persone che militano in SI, in Possibile, con i cittadini che riconoscono a Pisapia un ruolo di leadership e con chi, anche all’interno del Pd, ha un’idea di società diversa da quella di Renzi. Chi ci sta ci sta! Evitiamo come la peste ogni presunzione di superiorità verso chiunque e non rispolveriamo vecchie nostalgiche di esperienze passate che hanno fatto il loro tempo.

Walter Ottria
capogruppo Art.1 – Mdp in Regione Piemonte

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destra sinistra

Riflessione (topografica) politica

di Mirko Canevaro*

Nel mio primo giorno torinese da studente universitario a Torino, uno studentato stava liquidando la sua piccola biblioteca per pochi euro. La gran parte dei volumi era già andata, ma riuscii a portarmi a casa qualcosa: un Aristotele edito dal Bekker, che ancora conservo; Il Mediterraneo di Braudel; infine, un libercolo chiamato La libertà è più importante dell’eguaglianza, firmato Karl Popper. Cominciai la sera con Popper, un’immersione nelle contrapposizioni ideologiche della Guerra Fredda, dal punto di vista del cosiddetto “mondo libero”. Da un lato, in sostanza, ci sono i liberali, i seguaci della società aperta, delle libertà negative – di stampa, di espressione, di credo, di impresa e via discorrendo – e dall’altra quelli della società chiusa. Quest’asse è quello fondamentale, mi spiegava Popper. Non c’è nulla di male a perseguire un modicum di eguaglianza, ma la sua ricerca dev’essere subordinata alla conservazione della libertà – della società aperta. Se si commette l’errore di privilegiare l’uguaglianza alla libertà, cinque minuti dopo si vive sotto un totalitarismo.

Il libercolo di Popper mi è tornato in mente nell’ultimo anno, mentre cerco di orientarmi un poco nel disastro economico, sociale, politico e culturale del nostro tempo, tra Brexit, Trump, xenofobia e populismi da un lato, e diseguaglianze crescenti e mortificazione di chi non appartiene a una mini-élite dall’altro. Nelle battaglie di oggi, a cavallo delle mie due patrie – quella di nascita, l’Italia, e quella d’adozione, la Scozia – tra scissioni, centri e sinistre, sento il dovere di schierarmi, ma ho difficoltà a capire dove schierarmi, con chi. Queste poche righe sono innanzitutto un tentativo di chiarirmi le idee, e Popper offre una chiave di lettura semplice e rassicurante: una polarità secca – un asse – tra società aperta e società chiusa. Se si è per la società aperta – se si è liberali, liberal o comunque ci si voglia chiamare – non si tirano su muri sul confine con il Messico, non si fanno bandi contro i Musulmani, non si vota per Brexit per cacciare gli immigrati e non si ripiega su posizioni sovraniste. Si è globalisti, aperti, pluralisti, tolleranti e anche femministi. Dall’altro lato della polarità ci sono quelli brutti e cattivi, che sbraitano, incoraggiano i peggiori istinti, che vogliono cacciare gli immigrati, ce l’hanno con gli omosessuali, sono razzisti e maschilisti.

Quella di Popper, nel contesto della Guerra Fredda, era una chiave di lettura militante. Ma altri rifiutavano quella polarità, e leggevano quelle stesse contraddizioni lungo un asse diverso: per chi si definiva socialista o comunista, la polarità era tra posizioni e modelli che servivano l’accumulazione del capitale nelle mani di pochissimi e la subordinazione della maggioranza al volere di questa élite plutocratica, e posizioni alternative che puntavano all’emancipazione dei lavoratori e all’abbattimento delle diseguaglianze.

Due polarità, due chiavi di lettura del mondo diverse e alternative. Entrambe, a loro modo, con una vocazione egemonica – entrambe aspiravano cioè a rappresentarsi come principio di organizzazione unico della dialettica politica. Con la caduta dell’Unione Sovietica non è un segreto quale delle due abbia vinto. Il mondo degli anni ’90 e di gran parte dei 2000 è un mondo di liberali – le destre sono liberali (Berlusconi si diceva liberale!), e le vecchie sinistre faticano a spiegare dove stia la differenza. L’asse del dibattito era esclusivamente quello tra società aperta e società chiusa, e su quest’asse erano tutti (almeno superficialmente) dalla stessa parte. Formule vuote come la terza via di Blair, l’attenzione alla legalità, la lotta agli interessi corporativi e, soprattutto, le campagne sui diritti hanno permesso alle ex-sinistre di sopravvivere come formazioni e, talvolta di vincere, sfruttando la disonestà, l’incompetenza e un certo conservatorismo anacronistico degli avversari.

Ma niente di tutto questo è di sinistra. Le liberalizzazioni non sono di sinistra. I diritti delle donne, degli immigrati e degli omosessuali non sono di sinistra. La legalità non è di sinistra! Non voglio sostenere che queste battaglie siano irrilevanti, né tantomeno di destra. Sono battaglie essenziali e di civiltà. Il punto è che l’asse dominante del discorso politico – quello tra società aperta e società chiusa – è incapace di registrare la differenza tra destra e sinistra. Combattere per la legalità, per i diritti delle minoranze, contro gli interessi corporativi non è concettualmente e pragmaticamente in contraddizione con posizioni elitiste, con l’accettazione di diseguaglianze abissali e con l’adesione al turbo-capitalismo. La libertà totale di iniziativa economica – la libertà di arricchirsi senza limiti – è stata entusiasticamente abbracciata dalle ex-sinistre nelle loro nuove incarnazioni. Si può poi argomentare che certi eccessi vadano temperati, perché possono intaccare i diritti e le libertà dei singoli, o compromettere lo stato di diritto. Ma non ci si allontana da Popper: la libertà resta più importante dell’eguaglianza. I rapporti di forza e di potere economico e le diseguaglianze estreme diventano rilevanti solo in quanto possono compromettere alcune libertà. Non esiste lungo questo asse discorsivo alcuna critica di queste dinamiche di per sé, perché nessuna critica può essere formulata.

Mentre l’intera gamma del discorso politico legittimo nell’occidente si appiattiva su quest’asse, le poche posizioni anti-capitaliste venivano incasellate come variazioni illiberali e residuali. L’altro asse, tra masse ed élite, tra dominazione socio-economica ed emancipazione – era abbandonato e deserto. Non così la sottostante dinamica economica e di potere. Al contrario, un dibattito costituzionalmente incapace di registrare queste dinamiche è terreno fertile per chi trae vantaggio dall’accumulazione di potere economico e finanziario. Nell’indifferenza a queste dinamiche, esse si sono non solo accentuate e sclerotizzate – il sottoproletariato giovane e precario è una delle manifestazioni di livelli di sfruttamento e instabilità che pensavamo superati per sempre. Nell’oscurare la contrapposizione tra capitale e lavoro, sì è data carta bianca al capitale – non sarà un caso che nell’occidente i redditi da lavoro sono pesantemente tassati, ma quelli da capitale non immobiliare sono generalmente esenti. Nel concentrarsi su misure economiche incapaci di fotografare le diseguaglianze – PIL, PIL pro capite – si sono raggiunti livelli di diseguaglianza ottocenteschi.

Non solo. Nell’incancrenirsi di questi processi, non era pensabile che l’asse sul quale essi possono essere descritti e compresi potesse rimanere oscurato a lungo. Abbandonato dalle ex-sinistre, quell’asse è stato recuperato proprio da quelli brutti e cattivi di cui sopra, xenofobi, omofobi, razzisti e maschilisti. Trump e Le Pen, Brexit e Farage, i seguaci della società chiusa si sono legittimati sfruttando proprio quell’asse del discorso che le ex-sinistre, stregate dal liberalismo della società aperta e dei diritti, hanno lasciato sguarnito. Abbandonando la polarità tra masse ed élite, tra capitale e lavoro, come chiave di lettura fondamentale del mondo, le ex-sinistre hanno abbandonato il popolo allo sfruttamento rapace di una mini-élite globale, e alle lusinghe di illiberali che si presentano, ipocritamente, come popolari (e che chiamiamo “populisti”).

Questi movimenti sono solo strumentalmente anti-élite, e solo strumentalmente presidiano l’asse della contrapposizione tra capitale e lavoro. Ma, nella sostanza delle loro istanze e proposte, sono anch’essi appiattiti sull’asse tra società aperta e società chiusa. Sono illiberali prima che “populisti”, xenofobi prima che anti-élite. A separarli dall’accomodamento con il grande capitale è il piccolo passo verso il potere politico – con Trump sta già avvenendo, e così con il nuovo conservatorismo di Theresa May. Presto – non appena avranno raggiunto il potere e avranno “chiuso” infine la società aperta – sguarniranno anch’essi l’asse tra masse ed élite, tra capitale e lavoro. Come il liberalismo dei diritti più avanzato può essere elitista e turbo-capitalista, così l’identitarismo più xenofobo e maschilista può essere anch’esso elitista e turbo-capitalista. Ma quando il bluff sarà rivelato, staremo vivendo ormai in un mondo di muri, reali e metaforici.

Il punto è che non esistono correlazioni necessarie tra questi due assi concettuali – possono essere allineati come in contraddizione.  Non è vero, come voleva Popper, che concentrarsi sull’eguaglianza come valore assoluto porti necessariamente alla società chiusa. Al contempo, è una pia illusione credere che le lotte per i diritti civili, per una società pluralista e liberale, per il libero scambio e la libera circolazione, per lo stato di diritto, possano automaticamente creare un mondo più giusto e meno diseguale, emancipato dalla dominazione di una micro-élite. Politicamente, in ogni dato momento, non ci è richiesto di compiere una scelta, ma due, indipendenti, su due assi diversi. E quando una contraddizione si manifesta, dobbiamo formulare delle priorità, non assolute ma contingenti, dettate dal momento storico, dalla natura del dibattito, dalla realtà delle dinamiche sociali.

Con questa doppia chiave di lettura è infine chiaro che le scelte, come ci sono state poste, sono inaccettabili. Brexit e Trump sono casi emblematici: da un lato l’opzione liberale (Clinton e la UE) carica di elitismo e di compromessi con le micro-élite globali; dall’altro l’opzione illiberale, xenofoba, con il suo “populismo” ipocrita. Scelte ancora, nonostante tutto, appiattite sull’asse tra società aperta e società chiusa. Per ridare pienezza al dibattito politico del nostro tempo, per uscire dall’impasse e dare un senso al presente, bisogna recuperare l’altro asse concettuale –parlare di classe, di masse ed élite, di capitale e lavoro – e tornare a presidiarlo, ad abitarlo. E di fronte ai fallimenti della società aperta, alla dominazione crescente di una micro-élite globale e alle diseguaglianze crescenti, bisogna avere il coraggio di affermare, nel nostro tempo e per qualche tempo, che l’eguaglianza è la nostra priorità.

*Mirko Canevaro è Chancellor’s Fellow in Storia Greca all’Università di Edimburgo. Esperto di politica e diritto delle città-stato greche, è membro della Young Academy della Royal Society of Edinburgh, ed è stato insignito, in riconoscimento dell’importanza della sua ricerca, nel 2015 del Philip Leverhulme Prize, e nel 2017 della Thomas Reid Medal.

umberto eco

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Discarica di Sezzadio: anche gli agricoltori dicono No.

In merito alla vicenda legata alla discarica di Sezzadio e alla tutela della falda Predosa/Sezzadio, registro con entusiasmo la netta presa di posizione delle tre maggiori rappresentanze degli agricoltori.

Pertanto da oggi, oltre ai 24 Comuni, ai numerosissimi cittadini alessandrini e alcuni esponenti politici, la difesa della falda può contare su un sostegno ancora più importante ed ampio. 

COMUNICATO STAMPA

Coldiretti, Confagricoltura e Cia con gli agricoltori e i cittadini
contro la discarica di Sezzadio

Ieri in Comune ad Acqui Terme si è svolta una riunione tra le Associazioni agricole e una rappresentanza dei 24 Comuni in convenzione per fare il punto sulla grave situazione della discarica di Sezzadio.
La storia della discarica di rifiuti speciali è iniziata nel lontano 2012 a suon di ricorsi e controricorsi e si è arrivati ad oggi con un provvedimento autorizzativo della sua realizzazione da parte della Provincia.
Le Organizzazioni agricole intendono coinvolgere “la Politica” provinciale, regionale, nazionale ed europea, espressione del nostro territorio e con loro trovare soluzioni affinché il nostro bellissimo Monferrato non venga deturpato da progetti non voluti da tutta la popolazione.
“La falda acquifera – ricorda Valter Parodi, direttore di Confagricoltura – è una risorsa insostituibile, per il territorio e non deve essere messa a repentaglio da progetti di natura industriale potenzialmente inquinanti”.
“Per quanto riguarda la tangenziale di Sezzadio – continua Carlo Ricagni, direttore della CIA – opera definita “di compensazione” per la realizzazione della discarica, oltre a sottrarre all’agricoltura dei fertili terreni coltivati anche a ortaggi, provocherebbe di riflesso una grave ed insanabile ferita al territorio, i cui vigneti sono stati dichiarati “Patrimonio dell’Umanità” dall’UNESCO”.
Conclude Emiliano Bracco, vice direttore di Coldiretti: “Saremo al fianco degli agricoltori e dei cittadini, l’acqua della falda di Predosa/Sezzadio già alimenta 50.000 persone e ne potrebbe servire fino a 200.000. Sul bene acqua non si scherza; è un bene a disposizione di tutti e nessuno può metterlo in pericolo”.

Alessandria, 6 settembre 2016

 

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