bando piemonte cantieri di lavoro

Bando – Cantieri di Lavoro

È stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte il nuovo bando “Cantieri di lavoro per disoccupati in condizione di particolare disagio sociale”.

La Regione ha stanziato 1.065.000 Euro con lo scopo di rafforzare l’occupabilità, in prospettiva del re-inserimento lavorativo e sociale, di persone senza occupazione che versino in condizioni di disagio sociale.

Destinatari della Misura sono infatti soggetti disoccupati:

– con età superiore o uguale a 45 anni;
– con basso livello di istruzione e con condizioni sociali o familiari di particolare difficoltà/gravità;
– provenienti dal cantiere precedente terminato nel corso dell’anno 2017/2018.

Possono presentare domanda, entro e non oltre le ore 12 del giorno 17 dicembre 2018, i Comuni, le Unioni di Comuni e altre forme associative aventi sede nel territorio della Regione Piemonte, secondo le modalità previste dalla procedura informatizzata disponibile all’indirizzo:

http://www.sistemapiemonte.it/cms/privati/lavoro – Servizio “Presentazione Domanda”.

Qui il testo integrale del bando con tutte le caratteristiche ed i requisiti per poter beneficiare del contributo.

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politiche attive del lavoro

Politiche attive del lavoro: il mio intervento in Aula

Ringrazio l’Assessora Pentenero per l’ampia esposizione dei dati relativi alle politiche attive del lavoro in Piemonte, ambito che è da inquadrare però in una cornice più ampia, di livello nazionale ed europeo.

A mio parere il segnale più semplice da percepire riguardo l’enorme cambiamento che ha interessato il mondo del lavoro, non solo rispetto agli anni ‘80 e ‘90 ma pure ai primi anni 2000, quelli pre-crisi, si può cogliere aprendo internet e più specificamente un qualunque motore di ricerca. Se digitiamo lì dentro “politiche attive del lavoro”, i primi risultati sono tutti relativi ad agenzie private che hanno come scopo, per dirla con le loro parole, la “creazione di soluzioni integrate per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro”. Ammetto che l’esito della ricerca è stato inaspettato.

Il ruolo dello Stato, se stiamo a vedere Google, è molto marginale in quello che un tempo, e pure per la nostra Costituzione, dovrebbe essere elemento fondamentale delle proprie politiche.

Al netto della propaganda che da molti schieramenti si scatena quando si parla di occupazione, una fotografia esaustiva nonché allarmante, viene sintetizzata nelle pagine de La Stampa di ieri.

Se da un lato infatti la lenta ripresa economica che sta interessando l’Europa ha raggiunto pure l’Italia – seppur in misura minore del resto del continente – questa ripresa ha interessato in maniera diversa le generazioni: mentre tra gli ultra 50enni si sono recuperati 850.000 posti di lavoro, tra i giovani sono solo 50.000 i nuovi lavoratori.

In questo senso, oltre all’aumento esponenziale delle diseguaglianze tra generazioni – con quelle più vecchie costrette a sostenere anche economicamente quelle più giovani – occorre registrare come le politiche pubbliche attive per il lavoro siano state più efficaci con i soggetti nella fascia 1, quelle che necessitano di una bassa intensità di aiuto, mentre lo sono state molto meno con gli individui (coloro si affaccia per la prima volta nel mondo del lavoro) che la normativa identifica come persone che necessitano di servizi intensivi per un periodo medio/lungo e di forte sostegno individuale per la collocazione e ricollocazione nel mercato del lavoro.

Ma d’altronde, citando altri dati, sulle politiche attive del lavoro in Italia si è speso poco: molto meno del resto dell’Europa, o almeno dei principali Stati nostri competitor, anche industriali, privilegiando molto di più misure classiche di approccio alla lotta disoccupazione quali quelle legate all’assistenza e ai sussidi, piuttosto che quelle finalizzate a potenziare i servizi pubblici per l’impiego.

Proporzionando la spesa ai vari Paesi UE, l’Italia ha speso in queste politiche 750 milioni di Euro contro i 5,5 miliardi della Francia e gli 11 della Germania; se pure l’Italia avesse speso quanto la media EU, avrebbe dovuto stanziare 3,5 miliardi di Euro.

Inoltre, la spesa per le politiche attive in Italia ha caratteristiche molto diverse riguardo la distribuzione delle risorse messe a disposizione dal Governo: il 55% della spesa va in incentivi all’assunzione: poco è importato al legislatore la qualità e la durata della stessa. In questo senso – come testimoniano gli ultimi dati – c’è da registrare la scarsa efficacia delle politiche del Jobs Act: secondo l’Osservatorio statistico dei Consulenti del Lavoro la disoccupazione di lunga durata (ovvero di chi resta senza lavoro per oltre 12 mesi), ancora nel secondo trimestre del 2017 riguardava il 57% dei disoccupati italiani: dietro l’Italia ci sono solo Grecia, Bulgaria e Slovacchia.

C’è poi da tenere in considerazione la preoccupante tendenza che si evince dai dati sul lavoro: finiti gli incentivi, le occupazioni stabili sono rimaste ferme e il contratto “a tutele crescenti” che doveva diventare la via maestra per accedere alla professione è stato nuovamente scalzato dalle forme a tempo determinato.

Diverse – e in fin dei conti maggiormente premianti – sono state le strade intraprese da altri stati europei e in particolare da Francia e Germania: qui gli incentivi all’assunzione sono state nell’ordine del 6 e dell’8% della spesa per il lavoro; in Germania oltre i tre quarti della spesa è investita in formazione, mentre la Francia ha diversificato gli investimenti: il 29% in creazione diretta di posti di lavoro socialmente utili, il 12% per il supporto delle fasce deboli, quasi la metà della spesa invece va in formazione. Per i sostegni (ovvero le politiche passive erogate ai disoccupati) sono stati messi sul piatto 21,3 miliardi.

Questi i dati. Che fare, dunque? Intraprendere nuove vie, garantire a tutti dignità di vita e investire in formazione e in creazione di posti di lavoro attraverso investimenti pubblici: è questa la strada. Non vorrei abusare di refrain che uso spesso, voglio però sintetizzare tre ambiti in cui lo Stato – ma pure la Regione – possono fare la loro parte (attiva):

  1. La messa in sicurezza del territorio, un piano di opere pubbliche puntuali in tutta Italia.
  2. Investimenti nel patrimonio culturale e nella ricerca e nello sviluppo; incentivi per start-up.
  3. Un piano di svecchiamento della pubblica amministrazione anche legata all’utilizzo di nuove tecnologie volte ad una massiccia sburocratizzazione.

Tre ambiti specifici che potrebbero raggiungere due risultati contemporaneamente: aumentare la platea di lavoratori e diminuire le spese che in questi settori crescono a dismisura, spesso a causa di una mancata pianificazione di medio e lungo periodo. Vince sempre la rincorsa dell’emergenza.

I posti di lavoro non si creano attraverso il mero cambiamento delle regole contrattuali e non solo attraverso l’azione di accompagnamento e l’orientamento al mercato del lavoro svolta dai Centri per l’impiego.

Credo però che l’Amministrazione regionale debba essere impiegata fortemente ed in prima persona nella gestione di questo importante strumento, occupandosene direttamente, anche attraverso la presa in carico delle strutture e dei lavoratori, così come prevede pure un emendamento del Governo alla Legge Finanziaria.

Sarebbe un segnale concreto e sostanziale di attenzione verso la maggiore fonte di preoccupazione dei cittadini piemontesi.

Fonte dei dati:
La Repubblica, 04.11.2017
La Stampa, 19.12.2017

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Una diversa strada: di sinistra, radicale, giusta e inclusiva.

Il voto di questo fine settimana ci consegna un quadro politico devastante per tutto il campo del centro-sinistra. Non occorrono analisi approfondite per capire che i ballottaggi sono un’ulteriore tappa negativa di un percorso iniziato nel 2015, dopo l’illusorio 40% delle europee dell’anno precedente.

È altrettanto evidente che questa sequenza negativa abbia un preciso e principale responsabile in Renzi, sia per le politiche che ha perseguito sia per il modo con cui l’ha fatto. Per brevità e scarsa originalità, sintetizzo il concetto in “Renzi e il renzismo”.
Non c’è bisogno di scomodare giornalisti dalla lingua tagliente per evidenziare la sequenza di batoste elettorali prese dalla magnifica macchina da guerra renziana; né per confutare quell’incredibile leggenda, alimentata anche da molta stampa, secondo la quale, solo applicando politiche liberiste e abbandonando perciò i propri principi storici, le forze riformiste di questo paese potessero raggiungere brillanti risultati elettorali, intercettando consensi tra i mitologici moderati (anche) di destra.La dura realtà ci restituisce un quadro di facile interpretazione: un elettore di destra preferirà sempre quella autentica, nonostante gli sforzi di parte del centro-sinistra per accreditarsi verso di lui.

Ed è di fronte alla crisi di proposta politica del PD-R che alcuni hanno progettato nei mesi scorsi la creazione di luoghi alternativi in cui convogliare le loro energie e a cui dedicare il proprio tempo. E lo abbiamo fatto, lo ammetto, con ritardo. E consapevoli delle difficoltà che la costruzione di un progetto nuovo comporta; la sintesi di idee diverse è sempre complicata, ricomporre percorsi interrotti negli anni lo è anche di più.
Queste difficoltà, congiunte all’affezione per un partito – quello democratico – che abbiamo contribuito a costruire e a cui abbiamo voluto bene, hanno concorso a rallentare la nostra decisione; resa nei fatti non più rimandabile dopo il 4 dicembre.

Walter Ottria, capogruppo Art.1-Mdp in regione Piemonte

Alle recenti amministrative abbiamo dovuto presentarci ai nostri elettori quasi dappertutto attraverso un’alleanza con il Pd, costruendo in fretta liste di sinistra – talvolta anche qualitativamente molto buone – in appoggio a candidati democratici.

Ebbene, seppur con rare eccezioni, questa esperienza è andata molto male; credo che ci siamo ostacolati l’un con l’altro. La deriva renziana non ha giovato alla nostra crescita e abbiamo fallito l’obiettivo di proporre ricette alternative a quelle del Partito Di Renzi. Potevamo non presentarci agli elettori forse, o costruire candidature autonome. Ma non ce n’è stato il tempo e a me non piace ragionare con i se e con i ma. Rimane però sul tavolo la differenza di prospettive tra noi e l’attuale PD.

Al netto delle meravigliose persone che si sono candidate nelle nostre liste – compagne e compagni che ringrazio davvero tanto, consapevole che ciò non basti a colmare la loro delusione per la generosità e l’impegno che ci hanno messo nel cercare consensi in una così difficile situazione – il nostro errore è stato sottovalutare il grado di penetrazione tra i cittadini italiani dell’odio verso un’intera classe dirigente. L’esistenza di forti gruppi di potere interni, atteggiamenti superficiali e autoreferenzialità, vecchi riti che non parlano più a nessuno, mancanza di percorsi autenticamente condivisi e democratici, selezione verso il basso della classe dirigente, sono solo alcune delle percezioni che, uscite dai Palazzi e dalle nostre sedi sempre più vuote, arrivano senza mediazione alla singola persona a cui stiamo, serenamente, antipatici. Lo dico da molto tempo, lo ha sostenuto recentemente un Senatore della Repubblica, lo ribadisco: ci odiano in tanti!Se poi spostiamo lo sguardo verso le tematiche su cui un partito e la sua classe dirigente dovrebbero essere valutati, le cose non migliorano di certo. Il centro sinistra a trazione Pd ha fallito riforme importanti sui temi più cari ai cittadini: il lavoro, la giustizia sociale, la sanità e l’ambiente. Su tutti questi temi, sia a livello nazionale che locale, chi si è permesso, e chi si permette ancora, di proporre alternative al pensiero unico renziano viene bollato, nella migliore delle ipotesi, quale “amico dei 5 stelle”.

L’obiettivo che mi ha spinto ad esplicitare il mio pensiero è da un lato la critica per quello che è stato, dall’altro un monito per quel che sarà. Chi ha scelto di allontanarsi dal PDR lo ha fatto a causa dell’insofferenza verso gli atteggiamenti e per la netta contrarietà verso le politiche nazionali e locali di quel partito; per questi motivi è complicato pensare di poter ancora condividere uno schema di alleanze o collaborazioni con quel soggetto politico che si ostina a riproporre ai cittadini politiche da terza via. Ritengo che quel tempo sia passato.

Ma fuori, la sfida è più difficile e ciò che dobbiamo perseguire è la costruzione di un luogo accogliente e non di fredda sommatoria dei soggetti esistenti. Una scelta, quest’ultima, che non ha alcuna possibilità di vittoria e che, poggiando su soggetti con orizzonti simili ma che tendono a caratterizzarsi nelle sfumature, complessa ed energivora.

Abbiamo bisogno invece di qualcosa di più profondo, che sappia penetrare nei settori della società in cui siamo minoranza culturale e là dove metà dei cittadini si dichiarano schifati dalla politica. La nostra prima sfida è quella di contribuire a ribaltare il trend dell’astensionismo. Una società in cui la maggior parte dei cittadini non vota è una società che esclude; una società che esclude non è una comunità; e il nostro Paese ha bisogno di ridiventarlo.
Occorrono poi grandi proposte collettive, grandi battaglie culturali radicali sui temi cruciali che fanno parte del nostro DNA e che i cittadini hanno atteso inutilmente da noi negli ultimi anni. Lavoriamo su proposte concrete, di governo e non di testimonianza: investimenti sul lavoro, giustizia sociale, difesa dell’ambiente. Proponiamole ai nostri possibili compagni di viaggio senza preclusioni di sorta: con le persone che militano in SI, in Possibile, con i cittadini che riconoscono a Pisapia un ruolo di leadership e con chi, anche all’interno del Pd, ha un’idea di società diversa da quella di Renzi. Chi ci sta ci sta! Evitiamo come la peste ogni presunzione di superiorità verso chiunque e non rispolveriamo vecchie nostalgiche di esperienze passate che hanno fatto il loro tempo.

Walter Ottria
capogruppo Art.1 – Mdp in Regione Piemonte

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